GNENCA SE TA L'AMAZZ
di Enzo Corbari
É settembre inoltrato di questa lunga estate
che non vuole morire. Vado a fare una passeggiata
al mare, il mio mare: la Barafonda.
Mezzogiorno è passato da poco. La spiaggia
è semideserta. Mi levo le scarpe, mi immergo
nell'acqua. Il mare è in secca, proseguo tranquillo,
assorto in pensieri sereni.
Guardo l'acqua trasparente e vedo un granchio
che galleggia immobile, ventre all'aria. Le chele
distese ricordano braccia umane fisse nella morte.
E difatti è morto, ma non da molto, perché non
puzza. Lo raccolgo, lo infilo in un sacchetto e
lo metto in tasca.
Rincaso di buon passo. Mi era venuta un'idea...
Sfilo il granchio dalla tasca e lo porgo a mia
moglie. «Dacci una scottata, ché mi sembra
ancora fresco». Lei lo butta in un tegame
con un po' di acqua bollente. Che odorino!
Scolato, ben rosolato, me lo serve in silenzio.
Mi siedo con l'acquolina in bocca.
Stavo già per afferrare il granchio
e portarlo alla bocca, quando lui agita
le chele, solleva il dorso già diventato rosso,
esce dal piatto, si butta a terra, si mette a
correre tutto di traverso come fanno i granchi,
infila la porta di casa e scende in strada.
Lo seguo affascinato ma non troppo meravigliato.
Infatti non avevo mai potuto credere alla morte
del granchio.
Arriva al ponte di Tiberio. «Adesso si butterà
in acqua per raggiungere il suo mare», penso con
una punta di delusione.
Invece infila il corso, arriva all'arco d'Augusto
evitando con destrezza i piedi dei cittadini
che non lo vedono neppure, intenti a chiacchierare,
a passeggiare, a guardare le vetrine.
Io lo seguo con un certo presentimento.
Ecco che arriva al palazzetto Flaminio, sale
le scale e scende in campo.
Si stava disputando una partita di mini basket.
Si infila in mezzo i bambini e gioca con loro.
Addirittura afferra con le chele un pallone,
spicca un gran balzo e lo infila nel canestro.
Abbraccia i compagni, rosso il suo dorso per la
scottatura, rosse le maglie dei bimbi, rossi
per l'emozione i loro visini. È strano nessuno si
meraviglia. Si rimedia gente. Tutti applaudono contenti.
Torno a casa da mia moglie che subito mi fa:
«E il granchio?».
Io mi abbatto su una sedia, allargo le braccia
con rassegnazione e ammirazione, commosso
e con un lampo di felicità negli occhi
esclamo:
«Quel un mor gnenca se ta l'amazz!!!».